Ascolto empatico: che cosa significa davvero ascoltare un’altra persona

L'ascolto empatico è la capacità di ascoltare un'altra persona cogliendo, oltre alle parole, l'emozione e il bisogno che le attraversano, e di restituirle la sensazione di essere stata raggiunta. Non coincide con l'essere d'accordo, con il consolare né con il dare consigli: è ciò che accade quando chi parla smette di dover spiegare, perché sente che dall'altra parte qualcuno sta sentendo con lui.

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    L’ascolto empatico è la capacità di ascoltare un’altra persona cogliendo, oltre alle parole, l’emozione e il bisogno che le attraversano, e di restituirle la sensazione di essere stata raggiunta. Non coincide con l’essere d’accordo, con il consolare né con il dare consigli: è ciò che accade quando chi parla smette di dover spiegare, perché sente che dall’altra parte qualcuno sta sentendo con lui.

    Un uomo di quarantacinque anni racconta alla moglie che il colloquio per la promozione è andato male. Lei lo ascolta, poi dice: «Ma l’avevi preparato? Forse dovevi insistere di più sui numeri». Lui annuisce, cambia discorso, va a fare la doccia. Non è successo niente di grave: nessuna lite, nessuna cattiveria. Eppure quella sera lui si è sentito più solo di quanto si fosse sentito nella stanza del colloquio. Lei voleva aiutarlo; lui voleva soltanto che qualcuno sentisse quanto gli era costato. Nella distanza fra queste due intenzioni, entrambe buone, sta tutto il tema di questa pagina.

    L’ascolto empatico non è una tecnica di comunicazione: è la disponibilità a lasciarsi raggiungere da ciò che l’altro prova senza doverlo correggere, risolvere o restituire subito. Per questo si può conoscere ogni regola dell’ascolto e non riuscire ad ascoltare proprio le persone che contano di più.

    Le informazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e non sostituiscono una valutazione professionale. Quando un vissuto persiste nel tempo o pesa sulla vita quotidiana, parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta può aiutare a comprenderlo e ad affrontarlo con maggiore chiarezza.

    In breve

    • L’ascolto empatico richiede tre cose insieme: cogliere l’emozione dietro le parole, lasciarsene toccare senza esserne travolti, e far sentire all’altro che è stato raggiunto.
    • Si distingue dall’ascolto attivo, che è un insieme di tecniche: le tecniche aiutano, ma senza la disponibilità interna producono un ascolto corretto e vuoto.
    • È difficile soprattutto con le persone vicine, perché lì ciò che l’altro prova ci riguarda, e la fretta di risolvere è spesso un modo di non sentire.
    • In psicoterapia è uno dei fattori più solidi di efficacia, trasversale a tutti gli approcci.
    • Si può imparare, ma non come si impara una procedura: imparando a tollerare ciò che l’ascolto fa sentire a chi ascolta.

    Gli esempi di questa pagina sono illustrativi: non descrivono persone reali né percorsi terapeutici realmente svolti.

    Che cos’è l’ascolto empatico: definizione e significato

    L’ascolto empatico è un modo di ascoltare in cui l’attenzione si rivolge a ciò che la persona prova mentre parla, non solo a ciò che dice, e in cui la risposta nasce da quel sentire prima che da qualunque valutazione. Carl Rogers lo descrisse come la capacità di percepire il mondo interno dell’altro come se fosse il proprio, senza perdere mai la condizione del «come se» [1]: si sente con l’altro, non al posto suo.

    Tre elementi lo compongono, e devono esserci tutti. Il primo è la lettura dell’emozione: cogliere che dietro «il colloquio è andato male» c’è umiliazione, o paura, o rabbia, e che la frase chiede di essere ascoltata su quel piano. Il secondo è la risonanza: lasciare che quell’emozione produca qualcosa dentro chi ascolta, senza che lo sommerga. Il terzo è la restituzione: far arrivare all’altro, con le parole o anche solo con la qualità del silenzio, che è stato raggiunto. Un ascolto che legge e non risuona è diagnosi; uno che risuona e non restituisce è commozione privata; uno che restituisce senza aver letto è una formula.

    L’ascolto empatico non è approvazione: si può comprendere a fondo la rabbia di qualcuno e non condividerne le conclusioni. Non è consolazione: «andrà meglio» arriva spesso prima di aver sentito che cosa è andato male. Non è nemmeno il silenzio rispettoso di chi aspetta il proprio turno. Ed è diverso dalla simpatia, che è provare qualcosa per l’altro, mentre l’empatia è provare qualcosa con l’altro: la differenza fra «mi dispiace per te» e «sento quanto ti pesa». La ricerca contemporanea distingue inoltre una componente cognitiva, una affettiva e una motivazionale dell’empatia, che nell’ascolto si combinano in misura variabile; chi vuole approfondire questa distinzione trova la trattazione completa nella pagina sull’empatia e in quella su empatia emotiva ed empatia cognitiva.

    Ascolto empatico e ascolto attivo: che cosa cambia

    L’ascolto attivo è un insieme di comportamenti osservabili, riformulare, fare domande aperte, dare segnali di attenzione, sviluppati da Rogers e poi sistematizzati da Thomas Gordon; l’ascolto empatico è la disposizione interna che dà senso a quei comportamenti. Si può praticare il primo senza il secondo, e il risultato è riconoscibile: la persona si sente gestita, non ascoltata.

    Ascolto attivoAscolto empatico
    Che cosa èUna tecnica di comunicazione, insegnabile e verificabileUna disposizione interna verso ciò che l’altro prova
    Dove si collocaNel comportamento di chi ascoltaNell’esperienza di chi è ascoltato
    Che cosa produceChiarezza, verifica della comprensione, meno fraintendimentiIl senso di essere stati raggiunti, riduzione della solitudine emotiva
    Che cosa succede senza l’altroRiformulazioni corrette ma fredde, che l’altro percepisce come proceduraRisonanza intensa che non trova forma, e può travolgere chi ascolta

    La ricerca sull’ascolto attivo conferma la distinzione dal lato di chi riceve. In uno studio sperimentale, le persone che ricevevano risposte di ascolto attivo si sentivano più comprese di quelle che ricevevano consigli o semplici cenni di attenzione, ma la soddisfazione per la conversazione non differiva fra ascolto attivo e consiglio [4]: la tecnica, da sola, non basta a produrre l’esperienza di essere ascoltati. Le tecniche dell’ascolto attivo e i livelli dell’ascolto sono trattati nelle pagine dedicate all’ascolto attivo e al saper ascoltare gli altri; qui interessa ciò che le tecniche non possono dare.

    Una precisazione sui tipi di ascolto, perché i termini si confondono. L’ascolto critico valuta ciò che viene detto per decidere se è vero, utile o condivisibile: è indispensabile in una discussione, ed è esattamente ciò che va sospeso quando una persona porta un’emozione. L’ascolto selettivo trattiene solo ciò che conferma quanto già si pensa.

    L’ascolto empatico rinuncia, per il tempo necessario, a entrambe le operazioni: non valuta e non seleziona, accoglie. Nessuno dei tre è migliore in assoluto; ciò che fa la differenza è saper riconoscere quale dei tre la situazione chiede. Una persona che ha appena ricevuto una diagnosi non ha bisogno di un ascolto critico sulla qualità del suo medico; un collega che propone un piano sbagliato non ha bisogno di un ascolto empatico che eviti di dirglielo.

    Che cosa prova chi riceve un ascolto empatico

    Chi riceve un ascolto empatico prova un sollievo che precede qualunque soluzione: l’emozione, nominata e accolta, perde intensità, e la mente torna disponibile a pensare. Questo effetto è misurabile. Le persone esposte a risposte che convalidano la loro esperienza emotiva mostrano un abbassamento dell’attivazione fisiologica, battito e conduttanza cutanea, rispetto a chi riceve risposte che la sminuiscono o la correggono [7]; percepire di essere ascoltati attiva inoltre i circuiti cerebrali della ricompensa e migliora il modo in cui la persona rivaluta l’esperienza di cui sta parlando [5].

    In termini quotidiani: una donna racconta a un’amica di aver perso la pazienza con il figlio e di sentirsi una madre inadeguata. L’amica non dice «ma figurati, sei bravissima»; dice «ti sei spaventata di te stessa». La donna si ferma, respira, e per la prima volta da ore riesce a pensare a che cosa è successo invece di accusarsi. Nessun consiglio è stato dato. Qualcosa, però, è cambiato: l’emozione ha trovato un posto fuori di lei dove stare, e questo l’ha resa pensabile.

    Il secondo effetto è relazionale, e si vede nel tempo. Nei contesti di lavoro, la qualità percepita dell’ascolto da parte di chi ha responsabilità si associa a fiducia, benessere e minore esaurimento di chi viene ascoltato, e a una maggiore disponibilità a dire ciò che non va [6]. Nelle relazioni strette l’effetto è lo stesso con un segno in più: chi si sente ascoltato continua a parlare, e chi non si sente ascoltato smette, in silenzio, spesso senza che l’altro se ne accorga. La mancanza di empatia in una relazione si misura spesso proprio così: dalle cose che hanno smesso di essere dette.

    Perché l’ascolto empatico è così difficile

    L’ascolto empatico è difficile perché sentire ciò che l’altro prova ha un costo per chi ascolta, e la mente dispone di molti modi per non pagarlo: consigliare, minimizzare, raccontare un’esperienza propria, cambiare argomento. Queste risposte sembrano forme di partecipazione; nella maggior parte dei casi sono forme di difesa. Non è una questione di tecnica: è una questione di che cosa l’ascolto fa sentire a chi ascolta.

    Il primo meccanismo è la fretta di risolvere. Quando qualcuno porta un dolore, chi ascolta prova a sua volta un disagio, e il modo più rapido per farlo cessare è far cessare il dolore dell’altro: da qui il consiglio immediato, la soluzione, il «devi fare così». Il consiglio non è sbagliato in sé; è sbagliato il momento, perché arriva prima che l’emozione sia stata sentita, e la persona che lo riceve capisce, anche senza saperlo dire, che il suo dolore era un problema da chiudere. La ricerca sulla motivazione empatica mostra che le persone evitano attivamente di sentire quando prevedono che sentire costerà fatica, tempo o impegno [9]: il consiglio precoce è spesso questo evitamento in forma socialmente accettabile.

    Il secondo meccanismo riguarda ciò che l’emozione dell’altro tocca in chi ascolta. Wilfred Bion ha descritto la capacità di accogliere uno stato emotivo grezzo e restituirlo in una forma pensabile come una funzione che si apprende nelle prime relazioni, e che resta fragile in chi non l’ha ricevuta [11].

    Quando l’emozione che arriva somiglia a qualcosa che chi ascolta non ha mai potuto sentire per sé, l’ascolto si interrompe: non per cattiva volontà, ma perché quella emozione è troppo grezza per essere contenuta. Un padre che non è mai stato ascoltato nella propria paura difficilmente riuscirà a stare nella paura del figlio; la tratterà come la sua è stata trattata, con un «non è niente» che ripete, senza volerlo, una storia.

    Il terzo meccanismo è l’identificazione. A volte chi ascolta sente troppo: l’emozione dell’altro diventa la propria, la distinzione del «come se» si perde, e la persona che aveva bisogno di essere ascoltata si trova a dover consolare chi la ascoltava. È il destino frequente di chi viene descritto come persona empatica: la risonanza è alta, ma la capacità di tenerla a una distanza utile è bassa, e l’ascolto si trasforma in contagio. La ricerca distingue con precisione questi due esiti: la preoccupazione empatica, orientata all’altro, e il disagio personale, orientato a sé, hanno effetti opposti su chi ascolta e su chi è ascoltato [12].

    Il quarto meccanismo è il più specifico delle relazioni strette: ciò che l’altro prova ci riguarda. Se la compagna racconta di sentirsi sola nella coppia, ascoltarla fino in fondo significa sentire la propria parte in quella solitudine. Se il figlio dice che a scuola non ce la fa, ascoltarlo significa tollerare la propria impotenza.

    Peter Fonagy e i suoi collaboratori hanno mostrato che la capacità di tenere a mente lo stato mentale dell’altro si spegne proprio quando l’attivazione emotiva è alta, e che questo accade con più facilità nelle relazioni di attaccamento [10]. È il motivo per cui molte persone ascoltano meglio un collega che il partner: non amano meno il partner, ma è con lui che l’ascolto costa di più.

    Riconoscere questi meccanismi non li elimina, ma cambia la domanda. Non più «come faccio ad ascoltare meglio?», ma «che cosa, in quello che sto sentendo, mi fa venire voglia di chiudere?». È una domanda che si può fare da soli, dopo; nelle situazioni più ripetitive, è la domanda da cui parte un lavoro psicoterapeutico.

    Esempi di ascolto empatico nella vita quotidiana

    L’ascolto empatico si riconosce nel confronto fra due risposte alla stessa frase: una che chiude e una che apre. Tre situazioni comuni lo mostrano meglio di qualunque definizione.

    Un figlio di quattordici anni torna da scuola e dice: «Tanto non serve a niente studiare, prendo sempre gli stessi voti». La risposta che chiude: «Se studiassi davvero invece di stare al telefono, i voti cambierebbero». È probabilmente vera, ed è inutile: il ragazzo non stava parlando di metodo, stava dicendo che si sente incapace e che ha paura di esserlo per sempre. La risposta che apre: «Ti sembra di impegnarti e di non vedere mai il risultato. È scoraggiante». Nessuna soluzione; ma il ragazzo ha sentito che la sua frustrazione è arrivata, e forse continuerà a parlare. Il metodo di studio si potrà discutere dopo, e con un interlocutore diverso: uno che non si sente accusato.

    Una collega dice, in corridoio: «Non ce la faccio più con questo progetto, è un disastro». La risposta che chiude: «Anch’io sono sommerso, pensa che ieri sono uscito alle nove». È un tentativo di vicinanza, ma sposta il centro su chi risponde, e la collega resta sola con il suo disastro. La risposta che apre: «Sembra che tu abbia la sensazione che qualunque cosa fai non basti. Che cosa ti pesa di più?». La domanda fa la differenza: invece di riempire lo spazio con la propria esperienza, lo lascia all’altro.

    Un amico che ha perso il padre da tre settimane dice: «Non so, sto bene, è strano». La risposta che chiude: «È normale, ci vuole tempo, vedrai che pian piano…». Rassicura chi la pronuncia più di chi la riceve. La risposta che apre: «Ti aspettavi di sentire di più, e il fatto di non sentirlo ti confonde». Qui l’ascolto empatico fa una cosa precisa: nomina l’emozione che la persona non riusciva a nominare, e in questo modo le dà il permesso di averla.

    In tutti e tre i casi la risposta che apre ha una struttura riconoscibile: coglie l’emozione, la restituisce come ipotesi e non come verdetto, e si ferma. Non è una formula da ripetere, e usata come formula smette di funzionare. È piuttosto il segno esterno di un movimento interno: chi ascolta ha rinunciato, per qualche minuto, a difendersi da ciò che l’altro gli stava facendo sentire.

    Per chi vuole un riferimento rapido, la tabella riassume la differenza fra le risposte più comuni e la loro alternativa empatica. Non è un copione: è una mappa delle direzioni possibili.

    La frase che si sente direRisposta che chiudePerché chiudeRisposta che apre
    «Non ce la faccio più»«Dai, vedrai che passa»Rassicura chi parla, non chi ascolta«Sembra che tu sia arrivato al limite. Che cosa pesa di più adesso?»
    «Ho sbagliato tutto»«Ma no, non è vero»Contraddice l’emozione invece di accoglierla«Ti senti responsabile di come è andata»
    «Nessuno mi capisce»«Io ti capisco benissimo»Promette ciò che nessuno può garantire«Ti sei sentito solo anche con le persone più vicine»
    «Non so che cosa provo»«Sarai stressato»Etichetta al posto dell’altro«Qualcosa si muove e non ha ancora un nome. Possiamo lasciarlo così per un po’»
    «Lascia stare, non è importante»«Ok»Prende alla lettera una ritirata«Se vuoi lasciar stare va bene. Se invece è importante, io sono qui»
    «Tu non puoi capire»«Anch’io ho passato cose difficili»Sposta il centro su chi ascolta«Hai ragione, non posso saperlo. Mi aiuti a capire?»

    Un’ultima osservazione riguarda chi ascolta per professione. Insegnanti, assistenti sociali, operatori sanitari, educatori: in questi ruoli l’ascolto empatico non è una qualità personale ma uno strumento di lavoro, e come ogni strumento richiede manutenzione. Chi ascolta decine di persone al giorno non può risuonare con ciascuna allo stesso modo, e non deve: la competenza professionale sta nel modulare la distanza, restando abbastanza vicini da capire e abbastanza lontani da pensare. È la stessa posizione che il terapeuta impara nella propria formazione, e di cui si parla più avanti a proposito dei limiti.

    L’ascolto empatico in psicoterapia

    In psicoterapia l’ascolto empatico non è una premessa gentile al lavoro vero: è una parte del lavoro, e una delle meglio documentate. La meta-analisi più ampia sul tema, condotta su 82 campioni indipendenti e oltre seimila pazienti, trova che l’empatia percepita del terapeuta predice l’esito della terapia con una forza moderata e stabile (r = 0,28), indipendentemente dall’orientamento teorico e dal tipo di problema [3]. In altre parole: quanto il paziente si sente compreso conta, qualunque sia il metodo.

    La tradizione psicoanalitica ha dato a questo fatto una lettura precisa. Heinz Kohut definì l’empatia come «introspezione vicaria»: il modo in cui una persona può conoscere l’esperienza interna di un’altra, e quindi l’unico strumento di osservazione proprio della psicologia del profondo [2]. Nel suo pensiero, ciò che cura non è l’empatia come atteggiamento affettuoso, ma l’esperienza ripetuta di essere compresi da qualcuno che, a differenza delle figure del passato, riesce a tollerare ciò che il paziente porta senza respingerlo né esserne travolto. Le inevitabili cadute di sintonia, e la loro riparazione, sono parte del processo: è lì che il paziente scopre che la rottura non è la fine della relazione.

    Stefano Bolognini ha distinto l’empatia psicoanalitica da ciò che spesso la imita: la compiacenza, l’accordo automatico, l’identificazione con il paziente che perde la distanza necessaria per pensare [13]. L’ascolto empatico del terapeuta include la capacità di sentire anche ciò che il paziente non dice, ciò che proietta, ciò che fa provare a chi lo ascolta: il transfert e la risposta emotiva del terapeuta non sono ostacoli all’ascolto, sono il suo materiale. Per questo, nel setting psicodinamico, ascoltare empaticamente può significare anche non rispondere subito, lasciare che un silenzio duri, o restituire al paziente qualcosa che non gli farà piacere sentire.

    Il punto di arrivo del lavoro è che il paziente interiorizzi questa funzione: diventi capace di ascoltare se stesso, e poi gli altri, come è stato ascoltato. La ricerca sulla mentalizzazione descrive questo passaggio: la capacità di pensare agli stati mentali propri e altrui si sviluppa dentro relazioni in cui qualcuno ha pensato ai nostri, e la relazione terapeutica è uno dei luoghi in cui questo può accadere anche in età adulta [10]. L’alleanza terapeutica non è altro che la forma stabile di questa esperienza.

    Come si impara l’ascolto empatico

    L’ascolto empatico si impara, ma non come si impara una procedura: si impara tollerando ciò che ascoltare fa sentire, e questo richiede più un lavoro su di sé che un esercizio sull’altro. Le ricerche sugli interventi che sviluppano l’empatia mostrano effetti reali, più solidi e duraturi quando il training passa attraverso l’esperienza relazionale e non solo attraverso istruzioni [14]; la psicoterapia, in questo senso, è il training più completo che esista, perché chi la fa impara ad ascoltare essendo ascoltato.

    Alcune posizioni interne, più che tecniche, aiutano chi vuole cominciare.

    Accorgersi dell’impulso a rispondere. Il primo segnale che l’ascolto si sta interrompendo è la frase che si forma in testa mentre l’altro parla ancora. Notarla, e lasciarla andare, è già metà del lavoro: non si tratta di non avere reazioni, ma di non obbedire alla prima.

    Chiedersi che cosa prova, non che cosa deve fare. La domanda «che cosa dovrebbe fare?» porta al consiglio; la domanda «che cosa sta provando adesso?» porta all’ascolto. Sono due direzioni diverse della mente, e la seconda va scelta deliberatamente, perché la prima è automatica.

    Restituire come ipotesi. «Mi sembra che tu sia soprattutto deluso, più che arrabbiato» apre; «sei deluso» chiude, e «capisco perfettamente» chiude ancora di più, perché nessuno capisce perfettamente. L’ipotesi lascia all’altro la possibilità di correggere, e la correzione è spesso il momento in cui dice la cosa più importante.

    Tollerare il silenzio e il non sapere. Dopo una frase difficile, il silenzio non è un vuoto da riempire: è il tempo in cui l’altro sente se può andare avanti. Chi lo riempie, di solito, lo fa per sé.

    Osservare che cosa accade dentro. Noia, irritazione, voglia di cambiare argomento, commozione eccessiva: ciascuna di queste reazioni dice qualcosa sull’altro e qualcosa su chi ascolta. Imparare a leggerle, invece di agirle, è ciò che distingue nel tempo chi ascolta davvero da chi applica una tecnica.

    Una precisazione sui bambini, perché è una domanda frequente. L’ascolto empatico con un figlio piccolo non è diverso nella sostanza, ma lo è nella forma: passa più dal corpo, dal tono e dal tempo che dalle parole, e richiede di rinunciare più spesso alla correzione immediata. Un bambino che piange perché il disegno «non è venuto bene» non ha bisogno di sentire che è bellissimo: ha bisogno che qualcuno veda quanto ci teneva. È da queste esperienze ripetute che nasce, nel tempo, la sua capacità di ascoltare gli altri.

    I limiti dell’ascolto empatico: quando ascoltare costa troppo

    L’ascolto empatico ha un limite, e riconoscerlo fa parte della capacità stessa: chi ascolta troppo, troppo a lungo o senza reciprocità si esaurisce, e l’esaurimento si manifesta prima come fatica e poi come chiusura. La ricerca ha mostrato che l’esposizione ripetuta alla sofferenza altrui, quando è vissuta come pura risonanza, aumenta l’affetto negativo e il disagio di chi ascolta; una posizione più orientata alla cura che al contagio protegge invece dall’esaurimento e sostiene la motivazione ad aiutare [8]. In parole semplici: sentire con l’altro è sostenibile, sentire al posto dell’altro no.

    Chi vive questo limite lo riconosce da alcuni segnali: il timore di una telefonata, l’irritazione verso una persona che chiede ascolto, il bisogno di anestetizzarsi dopo una conversazione. Non sono segni di mancanza di empatia: sono segni che l’empatia è stata usata senza confini. Vale per chi fa professioni di aiuto, dove questo esito prende il nome di burnout, e vale nelle relazioni: chi è sempre quello che ascolta, in una coppia o in una famiglia, dovrebbe chiedersi periodicamente chi ascolta lui.

    C’è poi una situazione in cui l’ascolto empatico non è lo strumento giusto. Quando una relazione comporta intimidazioni, controllo o svalutazione sistematica, continuare ad ascoltare e a comprendere le ragioni dell’altro può diventare un modo di restare dove non si dovrebbe. In questi casi la questione non è più capire, ma proteggersi: parlarne con un professionista o con i servizi territoriali dedicati permette di valutare la situazione con calma e in modo riservato, e la pagina sulla violenza psicologica descrive i segnali che distinguono una difficoltà di comunicazione da una dinamica di prevaricazione.

    Che cosa resta dell’ascolto empatico

    L’uomo dell’apertura, quello del colloquio andato male, qualche settimana dopo ha detto alla moglie una cosa semplice: «Quando ti racconto una cosa brutta, prima di dirmi cosa avrei dovuto fare, dimmi solo che hai capito quanto mi è pesata». Lei ha risposto che pensava di aiutarlo. Lui ha detto che lo sapeva. Non è una scena memorabile: nessuno dei due ha pianto, nessuno ha scoperto niente di nuovo sull’altro. Ma da allora, quando lui racconta, lei aspetta un momento prima di rispondere. In quel momento sta l’ascolto empatico: non in ciò che dice dopo, ma nel fatto che per qualche secondo ha lasciato che ciò che lui provava arrivasse fino a lei.

    Ascoltare in questo modo non è una dote di pochi né una tecnica per tutti. È una capacità che cresce quando si è stati ascoltati, si restringe quando si è spaventati o esausti, e si può ricostruire quando si capisce che cosa, nell’emozione dell’altro, fa venire voglia di chiudere. La domanda da portarsi via non è «come si ascolta meglio?», ma «che cosa mi impedisce, proprio con questa persona, di sentire?».

    Quando un modo di sentire o di stare nelle relazioni diventa ricorrente, rigido e fonte di sofferenza, una consultazione psicoterapeutica può aiutare a distinguere ciò che appartiene al momento da ciò che chiede di essere compreso più a fondo.

    Domande frequenti sull’ascolto empatico

    Che cos’è l’ascolto empatico?

    L’ascolto empatico è la capacità di ascoltare un’altra persona cogliendo l’emozione e il bisogno dietro le parole, lasciandosene toccare senza esserne travolti e facendole sentire di essere stata raggiunta. Non coincide con l’approvare, il consolare o il consigliare: è ciò che accade quando chi parla smette di dover spiegare, perché sente che dall’altra parte qualcuno sta sentendo con lui. → Approfondisci nella sezione Che cos’è l’ascolto empatico

    Qual è la differenza tra ascolto attivo e ascolto empatico?

    L’ascolto attivo è un insieme di tecniche osservabili: riformulare, fare domande aperte, dare segnali di attenzione. L’ascolto empatico è la disposizione interna che dà senso a quelle tecniche: la disponibilità a sentire ciò che l’altro prova. Si può praticare il primo senza il secondo, e il risultato è un ascolto corretto ma freddo, che la persona percepisce come procedura. Il secondo senza il primo rischia invece di travolgere chi ascolta. → Approfondisci nella sezione Ascolto empatico e ascolto attivo

    Quali sono le caratteristiche dell’ascolto empatico?

    Tre, e devono esserci insieme: la lettura dell’emozione dietro le parole; la risonanza, cioè lasciare che quell’emozione produca qualcosa in chi ascolta; la restituzione, cioè far arrivare all’altro che è stato raggiunto. A queste si aggiunge la condizione del «come se» descritta da Rogers: si sente con l’altro, non al posto suo. Quando una delle tre manca, l’ascolto diventa diagnosi, commozione privata o formula. → Approfondisci nella sezione Che cos’è l’ascolto empatico

    Che cosa diceva Carl Rogers sull’ascolto empatico?

    Rogers considerò l’empatia una delle condizioni necessarie del cambiamento terapeutico: la capacità del terapeuta di percepire il mondo interno della persona come se fosse il proprio, senza perdere mai la condizione del «come se», e di comunicarle questa comprensione. Le tecniche dell’ascolto attivo derivano dal suo lavoro, ma per Rogers ciò che cura non è la tecnica: è l’esperienza di essere compresi da qualcuno che non giudica. → Approfondisci nella sezione L’ascolto empatico in psicoterapia

    Perché è così difficile ascoltare con empatia le persone vicine?

    Perché ciò che le persone vicine provano ci riguarda: ascoltare fino in fondo la solitudine del partner o la paura di un figlio significa sentire la propria parte, la propria impotenza, il proprio senso di colpa. La capacità di tenere a mente l’altro si spegne quando l’attivazione emotiva è alta, ed è più alta proprio nelle relazioni di attaccamento. L’ascolto empatico non è una tecnica: è la disponibilità a lasciarsi raggiungere, e con chi conta di più costa di più. → Approfondisci nella sezione Perché è così difficile

    Può fare un esempio di ascolto empatico?

    Un figlio di quattordici anni dice: «Tanto non serve a niente studiare». La risposta che chiude: «Se studiassi davvero i voti cambierebbero». La risposta empatica: «Ti sembra di impegnarti e di non vedere mai il risultato. È scoraggiante». Nessuna soluzione viene offerta, ma il ragazzo sente che la sua frustrazione è arrivata; del metodo di studio si potrà parlare dopo, con un interlocutore che non si sente accusato: è la differenza che l’ascolto empatico introduce in una conversazione ordinaria. → Approfondisci nella sezione Esempi nella vita quotidiana

    L’ascolto empatico funziona davvero in psicoterapia?

    Sì, ed è uno dei fattori meglio documentati. La meta-analisi più ampia, su oltre seimila pazienti, mostra che l’empatia percepita del terapeuta predice l’esito della terapia con una forza moderata e stabile, indipendentemente dall’approccio. Nella lettura psicoanalitica, ciò che cura è l’esperienza ripetuta di essere compresi da qualcuno che tollera ciò che il paziente porta senza respingerlo né esserne travolto. → Approfondisci nella sezione L’ascolto empatico in psicoterapia

    Come si sviluppa l’ascolto empatico?

    Non come una procedura, ma come una posizione interna: accorgersi dell’impulso a rispondere e non obbedirgli subito; chiedersi che cosa l’altro prova invece di che cosa deve fare; restituire ciò che si è colto come ipotesi, non come verdetto; tollerare il silenzio; osservare le proprie reazioni invece di agirle. Gli interventi che sviluppano l’empatia funzionano meglio quando passano dall’esperienza relazionale, ed è per questo che chi è stato ascoltato impara ad ascoltare: l’ascolto empatico si trasmette prima di essere appreso. → Approfondisci nella sezione Come si impara

    L’ascolto empatico può diventare un peso?

    Sì. Chi ascolta troppo, troppo a lungo o senza reciprocità si esaurisce: il timore di una telefonata, l’irritazione verso chi chiede ascolto, il bisogno di anestetizzarsi dopo una conversazione ne sono i segnali. Non è mancanza di empatia, è empatia senza confini. Sentire con l’altro è sostenibile; sentire al posto dell’altro no. E quando una relazione comporta controllo o intimidazione, la priorità non è più comprendere ma proteggersi. → Approfondisci nella sezione I limiti dell’ascolto empatico

    Fonti

    1. Rogers CR. The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change. Journal of Consulting Psychology. 1957;21(2):95-103. doi:10.1037/h0045357
    2. Kohut H. Introspection, empathy, and psychoanalysis: an examination of the relationship between mode of observation and theory. Journal of the American Psychoanalytic Association. 1959;7(3):459-483. doi:10.1177/000306515900700304
    3. Elliott R, Bohart AC, Watson JC, Murphy D. Therapist empathy and client outcome: an updated meta-analysis. Psychotherapy. 2018;55(4):399-410. doi:10.1037/pst0000175
    4. Weger H, Castle Bell G, Minei EM, Robinson MC. The relative effectiveness of active listening in initial interactions. International Journal of Listening. 2014;28(1):13-31. doi:10.1080/10904018.2013.813234
    5. Kawamichi H, Yoshihara K, Sasaki AT, et al. Perceiving active listening activates the reward system and improves the impression of relevant experiences. Social Neuroscience. 2015;10(1):16-26. doi:10.1080/17470919.2014.954732
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    Massimo Franco
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