Victim blaming: quando la colpa trova le spalle sbagliate

Il victim blaming non è solo un'ingiustizia sociale ma una seconda ferita che amplifica il trauma originario. Attraverso le storie di Chiara, Marta e Serena, esploriamo come la colpevolizzazione della vittima si manifesti in contesti diversi: l'abuso che diventa "colpa di chi l'ha subito", la relazione tossica dove "avresti dovuto andartene prima", l'eredità transgenerazionale del "le donne sopportano". Nella stanza di terapia, questi pesi che non appartengono alle vittime possono essere finalmente riconosciuti e restituiti. Un percorso psicodinamico dove il silenzio della vergogna si trasforma in voce legittima, dove la colpa torna al suo proprietario, dove dire "non era colpa mia" diventa atto rivoluzionario.

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    Nota sui contenuti: questo articolo affronta il tema del victim blaming attraverso storie di violenza sessuale e relazionale. Alcune descrizioni potrebbero risuonare intensamente con chi ha vissuto esperienze simili. Prima di proseguire, valuta se ti trovi in un momento e luogo sicuro. Puoi sempre interrompere la lettura e tornarci quando ti senti pronto. La tua sicurezza emotiva viene prima di tutto.

    Chiara ha ventisette anni e sistema ossessivamente le maniche della felpa, tirandole fino a coprire completamente i polsi. “Mi hanno detto che me la sono cercata,” sussurra, e le parole cadono nella stanza come pietre in uno stagno immobile. Il silenzio che segue ha la consistenza densa di anni di colpe portate per conto di altri.

    È la nostra settima seduta, ma è la prima volta che nomina direttamente quello che le è successo due anni fa. Non l’abuso in sé – quello resta ancora nell’ombra, protetto da perifrasi e sguardi che si abbassano – ma il victim blaming che l’ha seguita come un’ombra velenosa. “Mia madre continua a chiedermi perché ero a quella festa. Mio padre vuole sapere cosa avevo bevuto. I miei amici…” La voce si spezza. Le mani tornano alle maniche, tirano, coprono, nascondono.

    Il victim blaming – questa inversione crudele dove chi subisce diventa responsabile di ciò che ha subito – abita le sue parole come un parassita. Non è solo nel trauma dell’abuso che Chiara si perde, ma nel labirinto di giustificazioni che altri hanno costruito intorno alla sua sofferenza. “Perché eri lì?” “Perché non hai gridato?” “Cosa indossavi?” Domande che non cercano comprensione ma distribuiscono colpa, spostando il peso dalle spalle di chi ha agito a quelle di chi ha subito.

    In queste pagine incontreremo tre donne che portano pesi non loro. Chiara e il suo corpo reso colpevole da sguardi e domande che la processano invece di proteggerla. Marta, quarantadue anni, e la sua voce invalidata dopo sette anni in una relazione tossica – “Se stavi così male, perché non te ne sei andata prima?” Serena, trentacinque anni, che porta tre generazioni di victim blaming sulle spalle – “Le donne della nostra famiglia sopportano in silenzio.”

    Tre modi diversi in cui il victim blaming si insinua, corrode, paralizza. Tre percorsi attraverso i quali la colpa, lentamente e dolorosamente, può tornare al suo legittimo proprietario. Non attraverso vendetta o rabbia distruttiva, ma attraverso il riconoscimento profondo che la responsabilità dell’abuso appartiene sempre e solo a chi lo perpetra, mai a chi lo subisce.

    Le storie che seguono intrecciano echi di molte voci ascoltate nel tempo della pratica clinica. Nomi e dettagli sono stati trasformati per proteggere l’intimità terapeutica, ma il movimento psichico – dal peso della colpa altrui alla riappropriazione della propria storia – resta autentico nella sua dolorosa necessità.

    “Dovevi dire no più forte”: quando il victim blaming riscrive la violenza

    Il racconto di Chiara emerge a frammenti, come se le parole stesse avessero paura di esistere. Ogni frase è preceduta da lunghe pause, seguita da sguardi che verificano la mia reazione. “La cosa peggiore non è stata quella notte,” dice dopo mesi di lavoro insieme. “La cosa peggiore è stata tutto quello che è venuto dopo.”

    L’abuso risale a due anni prima, una festa universitaria che si è trasformata in incubo. Ma è il victim blaming successivo che continua a ferirla quotidianamente, una ferita che si riapre ad ogni conversazione, ad ogni sguardo di troppo. “Mia madre mi ha chiesto perché non ho urlato. Come se fosse stato così semplice. Come se in quel momento il mio corpo non si fosse congelato.” Le mani tornano alle maniche della felpa, il gesto ormai automatico di chi cerca di coprirsi da uno sguardo che giudica.

    Mio padre vuole sapere perché ero a quella festa. Gli amici… alcuni hanno smesso di parlarmi, altri mi guardano come se fossi sporca. C’è questa ragazza, eravamo amiche, che ha detto ad altri che probabilmente l’ho frainteso, che magari ho mandato segnali sbagliati.” La voce di Chiara si fa sempre più sottile, come se rimpicciolisse insieme alle parole.

    Il victim blaming ha riscritto la sua storia. Non è più la ragazza che ha subito violenza; è diventata quella che “se l’è cercata“, quella che “doveva stare più attenta“, quella che “avrebbe potuto evitarlo se...”. Ogni “se” è un chiodo che la inchioda alla croce della colpa altrui. Il perpetratore scompare dalla narrazione, diventa figura sfocata sullo sfondo, mentre lei viene messa sotto processo continuo.

    Mi sono trovata a giustificarmi,” confessa con voce rotta. “A spiegare perché ero lì, cosa avevo bevuto – solo una birra – cosa indossavo – jeans e maglietta. Come se dovessi dimostrare di essere una vittima ‘credibile’. Come se esistessero vittime di serie A e di serie B.” Il silenzio che segue questa confessione è denso di vergogna e rabbia trattenuta.

    Nella stanza di psicoterapia, lentamente, iniziamo a separare la sua voce dal coro di accuse. “Non era sua responsabilità prevenire quello che è successo,” le dico, e vedo le sue spalle tremare leggermente. “Era sua responsabilità non farlo.” Sono parole semplici, ma in un mondo che pratica il victim blaming come riflesso automatico, suonano rivoluzionarie.

    I sintomi invisibili del victim blaming interiorizzato

    La dissociazione di Chiara si manifesta in modi che lei stessa fatica a riconoscere. “È come guardare la mia vita dall’alto, dal soffitto,” descrive durante una seduta particolarmente intensa. “Come se non fossi davvero io quella a cui sono successe queste cose. A volte penso che se non fossi davvero io, allora forse hanno ragione loro – forse me la sono cercata.”

    Questo distacco non è solo conseguenza del trauma originario ma della costante invalidazione successiva. Il victim blaming ha creato una frattura nella sua percezione di sé: c’è la Chiara “prima”, quella che meritava rispetto e protezione, e la Chiara “dopo”, quella che in qualche modo deve aver fatto qualcosa di sbagliato per meritare quello che le è successo.

    Il senso di colpa è diventato così pervasivo che permea ogni aspetto della sua vita. “Mi scuso continuamente,” nota. “Per esistere, per occupare spazio, per avere bisogni. È come se dovessi costantemente dimostrare di meritare gentilezza basilare.” Questa ipervigilanza – controllare costantemente il proprio comportamento per evitare di “provocare” qualcosa – è estenuante.

    La vergogna si è installata nel suo corpo come un inquilino non invitato. Si manifesta nel modo in cui cammina – spalle curve, sguardo basso – nel modo in cui si veste – sempre coperta, mai nulla che possa essere “frainteso” – nel modo in cui parla – voce bassa, scuse continue. Il victim blaming ha colonizzato non solo i suoi pensieri ma la sua presenza fisica nel mondo.

    Non mi fido più del mio giudizio,” ammette. “Se non sono riuscita a prevedere quello che sarebbe successo quella sera, se tutti dicono che avrei dovuto vedere i segnali, allora come posso fidarmi di me stessa?” Questa erosione della fiducia in sé è forse il danno più profondo del victim blaming: toglie alla vittima la bussola interna, lasciandola dipendente dal giudizio di altri – gli stessi altri che l’hanno già giudicata colpevole.

    Dal silenzio imposto alla parola legittima

    Il giorno in cui Chiara dice “non era colpa mia” senza aggiungere immediatamente un “ma…”, qualcosa si sposta nella stanza. È un momento sottile, quasi impercettibile, ma rappresenta mesi di lavoro per decostruire il victim blaming che aveva interiorizzato così profondamente.

    Ho iniziato a notare quando lo fanno,” racconta. “Quando spostano la conversazione da lui a me, da cosa ha fatto lui a cosa avrei potuto fare io. È sempre lo stesso schema.” Questa capacità di riconoscere il victim blaming mentre accade è il primo passo per non assorbirlo più automaticamente.

    Il processo non è lineare. Ci sono giorni in cui la voce del victim blaming è più forte, in cui Chiara torna a chiedersi se davvero non avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Ma ora c’è anche un’altra voce, piccola ma crescente, che risponde: “Non importa cosa avrei potuto fare. Quello che è successo non era giusto e non era colpa mia.

    Inizia a stabilire confini con chi pratica victim blaming. “Ho detto a mia madre che se continua a chiedermi perché ero là, non parlerò più con lei di questo.” È un atto di coraggio enorme per chi è stata addestrata a giustificarsi continuamente. “Ho anche detto a un’amica che i suoi ‘consigli’ su come avrei dovuto comportarmi non mi aiutano.”

    La parola “violenza” entra finalmente nel suo vocabolario. Per mesi aveva usato perifrasi – “quella cosa”, “quello che è successo”, “l’incidente”. Ora può dire: “Ho subito violenza.” Non è più complice nella minimizzazione di quello che le è stato fatto. Il victim blaming perde potere quando la realtà viene nominata chiaramente.

    Il silenzio nella stanza dopo queste affermazioni non è più pesante di vergogna ma leggero di possibilità. Chiara sta reclamando la sua storia, una parola alla volta, sottraendola alla narrativa distorta del victim blaming.

    “Le donne della nostra famiglia sopportano”: victim blaming transgenerazionale

    Serena ha trentacinque anni e porta tre generazioni di victim blaming sulle spalle come uno scialle pesante ereditato dalla nonna. “Le donne della nostra famiglia sopportano,” ripete, e nella sua voce c’è l’eco di sua madre, di sua nonna, di bisavonne senza nome che hanno trasformato la sofferenza in virtù. “È quello che mi hanno sempre insegnato. Che lamentarsi è debolezza. Che una brava moglie non parla dei problemi di casa.

    Davanti a me c’è una donna che ha subito anni di umiliazioni dal marito – tradimenti seriali giustificati come “natura maschile”, controllo economico mascherato da “protezione”, isolamento sociale presentato come “amore esclusivo”. Ma quando ha provato a parlarne in famiglia, il victim blaming è arrivato vestito da saggezza ancestrale.

    Mia madre mi ha detto che anche mio padre aveva le sue avventure, ma lei ha tenuto unita la famiglia,” racconta Serena, le dita che giocano con un anello che non porta più. “Mia nonna ripeteva sempre che i panni sporchi si lavano in famiglia. Mia zia mi ha chiesto cosa avessi fatto per spingerlo tra le braccia di un’altra.” Ogni generazione ha aggiunto un mattone al muro del silenzio.

    Il victim blaming transgenerazionale è particolarmente insidioso perché si presenta come eredità preziosa, saggezza tramandata. “Mi dicevano che ero fortunata,” continua Serena con amarezza sottile. “Che non mi faceva mancare niente, che non alzava le mani, che tornava sempre a casa. Come se questi fossero meriti straordinari e non il minimo basilare.”

    Nel silenzio che segue c’è il peso di generazioni di donne che hanno scambiato la sopportazione per forza, che hanno interiorizzato il victim blaming così profondamente da trasmetterlo come eredità alle figlie. Un silenzio diverso da quello di Chiara o dalla rabbia di Marta – questo è un silenzio stratificato, geologico, fatto di voci soffocate accumulate nel tempo.

    La cosa che mi fa più male,” sussurra Serena, “è che mia figlia di otto anni ha già iniziato a imparare. L’altro giorno ha visto suo padre urlarmi contro e dopo mi ha chiesto: ‘Mamma, cosa hai fatto per farlo arrabbiare?‘” La voce si spezza. Il victim blaming sta già germogliando nella prossima generazione.

    Come il victim blaming si trasmette attraverso le generazioni

    Il victim blaming transgenerazionale opera attraverso quella che Klein avrebbe chiamato identificazione proiettiva, ma qui si tratta di un processo che attraversa le generazioni. Le figlie introiettano non solo i comportamenti delle madri ma anche la colpa che queste hanno portato, la vergogna mai elaborata, la convinzione profonda di meritare quello che ricevono.

    “Crescendo, ho visto mia madre scusarsi per tutto,” riflette Serena. “Per la cena non abbastanza calda, per la casa non abbastanza pulita, per esistere in modo non abbastanza invisibile. E io ho imparato che essere donna significa scusarsi preventivamente.” Questa trasmissione non avviene attraverso insegnamenti espliciti ma attraverso il modellamento silenzioso, l’osservazione quotidiana di madri che praticano auto-victim blaming.

    “Mia nonna raccontava con orgoglio di come aveva sopportato,” continua. “Come se fosse una medaglia al valore. ‘Io non mi sono mai lamentata,’ diceva, e in famiglia era considerata una santa. Ma io ora vedo quanto dolore c’era dietro quella santità.” Il victim blaming viene nobilitato, trasformato in virtù femminile, in forza morale.

    Le frasi si tramandano come ricette di famiglia: “Gli uomini sono fatti così.” “È meglio un marito difficile che nessun marito.” “Pensa ai bambini.” “Almeno hai un tetto sulla testa.” Ogni frase è un mattone nell’edificio del victim blaming, costruito generazione dopo generazione fino a sembrare naturale, inevitabile.

    “Ho realizzato che stavo insegnando a mia figlia che il suo valore dipende da quanto può sopportare,” dice Serena con voce più ferma. “Che stavo perpetuando lo stesso victim blaming che mi era stato trasmesso. È stato allora che ho capito che dovevo spezzare questa catena.” Il riconoscimento del pattern transgenerazionale è il primo passo per interromperlo.

    Spezzare la catena: quando una generazione dice basta

    “Non voglio che mia figlia cresca pensando che sopportare sia un dovere,” dice Serena, e c’è una determinazione nuova nella sua voce. “Voglio che sappia che ha diritto a essere trattata con rispetto, sempre. Che non deve guadagnarsi l’amore sopportando maltrattamenti.”

    La rottura del victim blaming transgenerazionale inizia con piccoli atti di ribellione quotidiana. “Ho smesso di scusarmi quando mio marito è di cattivo umore,” racconta. “Prima mi sarei chiesta cosa avessi fatto di sbagliato. Ora so che il suo umore è responsabilità sua.” Questi cambiamenti apparentemente minuti sono rivoluzioni in un sistema che per generazioni ha assegnato alle donne la responsabilità del benessere emotivo di tutti tranne il proprio.

    “Mia madre all’inizio era scandalizzata,” continua Serena. “Mi diceva che stavo rovinando il matrimonio, che dovevo essere più paziente. Le ho risposto che preferisco un matrimonio rovinato a una figlia che cresce pensando che questo sia amore.” È stata la prima volta in quattro generazioni che una donna della famiglia ha scelto il proprio benessere sopra l’apparenza di armonia familiare.

    Il processo non è senza costi. “Ho perso il supporto di parte della famiglia. Mi considerano quella difficile, quella che non sa stare al suo posto.” Ma nel dire questo, le spalle di Serena sono dritte, lo sguardo diretto. Il corpo sa quando si sta liberando di pesi che non gli appartengono.

    “Sto insegnando a mia figlia un vocabolario diverso,” conclude. “Invece di ‘sopporta’ le insegno ‘merita’. Invece di ‘non lamentarti’ le dico ‘la tua voce conta’. Invece di chiederle cosa ha fatto per provocare, le chiedo come si sente.” Ogni nuova frase è un antidoto al victim blaming che per generazioni ha avvelenato le donne della sua famiglia.

    Il silenzio finale non è più stratificato di voci soffocate ma aperto, pieno di possibilità.

    Victim blaming come seconda ferita: amplificazione del trauma

    Le storie di Chiara, Marta e Serena convergono in un punto cruciale: il victim blaming non è un’appendice del trauma ma una sua amplificazione sistematica. Quello che nella letteratura contemporanea sul trauma viene chiamato “seconda ferita” o “vittimizzazione secondaria” – un concetto sviluppato da studiose come Judith Herman – descrive come la risposta sociale al trauma possa essere devastante quanto l’evento originario stesso.

    Chiara ha subito violenza una notte, ma rivive il victim blaming ogni giorno. Marta è uscita da una relazione tossica due anni fa, ma continua a giustificarsi per esserci rimasta. Serena ha lasciato un matrimonio distruttivo, ma porta ancora il peso del giudizio familiare. In tutti e tre i casi, la colpevolizzazione della vittima si è rivelata più persistente e pervasiva del trauma iniziale.

    “È come se il trauma ti rompesse,” mi aveva detto una paziente anni fa, “ma il victim blaming ti impedisse di guarire.” Questa metafora cattura l’essenza del fenomeno: non è solo che la società non offre supporto, è che attivamente interferisce con il processo di elaborazione, ribaltando la responsabilità su chi è già ferito.

    Dal punto di vista psicodinamico, il victim blaming opera attraverso meccanismi complessi. Ferenczi, nel suo lavoro sulla “confusione di lingue tra adulti e bambini”, aveva descritto come la vittima di trauma possa introiettare la colpa dell’aggressore per mantenere un senso di controllo in una situazione incontrollabile. Anna Freud aveva poi elaborato il concetto di “identificazione con l’aggressore” come meccanismo di difesa. Ma nel victim blaming contemporaneo, la vittima non introietta solo la prospettiva di chi l’ha ferita, ma un’intera orchestra sociale di accuse.

    Il processo terapeutico con queste pazienti rivela come il victim blaming crei una scissione fondamentale nel Sé: c’è la parte che sa di aver subito un torto e la parte che crede di esserselo meritato. Questa scissione, che Winnicott avrebbe riconosciuto come rottura nella continuità dell’essere, mantiene la persona in uno stato di conflitto interno perpetuo.

    Lo spazio terapeutico diventa allora il luogo dove questa seconda ferita può essere riconosciuta e nominata. Non si tratta solo di elaborare il trauma originario, ma di decostruire sistematicamente il castello di colpe che il victim blaming ha eretto intorno ad esso.

    Distinguere responsabilità da colpevolizzazione

    La distinzione tra responsabilità sana e colpevolizzazione tossica è sottile ma fondamentale nel lavoro con il victim blaming. Winnicott parlava della “madre sufficientemente buona” – nel contesto del victim blaming, potremmo parlare del “testimone sufficientemente credente”: qualcuno che ascolta senza processare, che crede senza condizioni.

    La responsabilità sana riguarda le scelte che possiamo fare andando avanti: Chiara può scegliere con chi condividere la sua storia, Marta può decidere quali relazioni coltivare, Serena può determinare quali valori trasmettere a sua figlia. Questa è agency recuperata, potere personale riconquistato. Il victim blaming, invece, assegna retroattivamente responsabilità per eventi sui quali la persona non aveva controllo.

    “La differenza,” spiego spesso in terapia, “è tra ‘cosa posso fare ora’ e ‘cosa avrei dovuto fare allora’.” Il primo è empowerment, il secondo è victim blaming. Il primo guarda avanti, il secondo intrappola nel passato. Il primo restituisce potere, il secondo lo sottrae.

    Nel lavoro clinico, questa distinzione emerge gradualmente. Chiara inizia a distinguere tra la sua responsabilità di prendersi cura di sé ora e la falsa responsabilità per quello che le è stato fatto. Marta comprende che riconoscere i segnali di pericolo in futuro non significa che avrebbe dovuto vederli nel passato. Serena realizza che rompere il ciclo per sua figlia non significa che sua madre avrebbe dovuto fare lo stesso.

    Bion parlava di contenimento – la capacità della madre, e poi del terapeuta, di accogliere e metabolizzare angosce intollerabili restituendole in forma più digeribile. Nel contesto del victim blaming, il terapeuta deve contenere non solo il trauma ma anche la rabbia mal diretta, la colpa mal posizionata, la vergogna ingiustificata. Deve essere quel “testimone sufficientemente credente” che il mondo esterno non è stato.

    Lo spazio terapeutico come antidoto al victim blaming

    La terapia offre quello che il victim blaming sistematicamente nega: ascolto senza giudizio, validazione dell’esperienza, restituzione della dignità narrativa. In questo spazio protetto, la colpa può lentamente tornare al suo legittimo proprietario.

    “La prima volta che mi hai detto ‘non era colpa tua’ senza aggiungere un ‘ma’,” mi ricorda Chiara durante una delle nostre ultime sedute, “ho pianto per un’ora. Nessuno me l’aveva mai detto così, semplicemente.” Questo riconoscimento incondizionato è l’antidoto al veleno del victim blaming.

    Lo spazio terapeutico funziona come laboratorio dove decostruire le narrazioni tossiche. Quando Marta dice “avrei dovuto andarmene prima,” possiamo esplorare insieme: secondo chi? Basandosi su quale conoscenza che non aveva allora? Con quali risorse che non possedeva? Ogni domanda smonta un pezzo del castello del victim blaming.

    Per Serena, la terapia diventa il luogo dove può provare nuove risposte alle vecchie accuse familiari. “Quando mia madre mi dice che sto rovinando la famiglia, ora so rispondere che la famiglia era già rovinata dal silenzio.” Queste nuove risposte vengono prima provate nella sicurezza della stanza terapeutica, poi portate nel mondo.

    Il silenzio nella stanza di terapia è diverso da tutti gli altri silenzi. Non è il silenzio pesante della vergogna di Chiara, né quello gravido di rabbia di Marta, né quello stratificato di Serena. È un silenzio aperto, che fa spazio senza giudicare, che accoglie senza processare.

    Il percorso non è mai lineare. Ci sono ricadute, momenti in cui il victim blaming rialza la testa. Ma ora c’è uno spazio interno, costruito seduta dopo seduta, dove la voce che dice “non era colpa tua” è diventata più forte di quelle che accusano. Non è guarigione nel senso medico, è trasformazione nel senso più profondo: da portatrici di colpe altrui a narratrici della propria storia.

    EPILOGO – IL LAVORO CHE CONTINUA

    Chiara ora cammina diversamente. Le maniche della felpa non sono sempre tirate fino in fondo, a volte lasciano intravedere i polsi. “Sto imparando che il mio corpo non è un’accusa,” dice durante il nostro ultimo incontro. “Non sempre ci riesco, ma ora so che posso scegliere quando e come coprirmi, non devo più nascondermi preventivamente.” Non è una guarigione trionfale – quelle non esistono nel lavoro con il trauma. È una riappropriazione lenta, quotidiana, del diritto di esistere senza giustificarsi.

    Marta ha lasciato emergere la rabbia che il victim blaming le aveva fatto ingoiare per anni. Le mani non tremano più quando racconta la sua storia. “Per tanto tempo mi sono sentita stupida per essere rimasta,” riflette. “Ora so che ero intrappolata, non stupida. C’è una differenza enorme, e finalmente la vedo.” Ha iniziato a rispondere diversamente a chi ancora la processa: “La domanda non è perché sono rimasta, ma perché lui ha scelto di fare quello che ha fatto.” Ogni volta che sposta il focus, sottrae potere al victim blaming.

    Serena sta riscrivendo la storia familiare, una conversazione alla volta. “Mia figlia mi ha vista dire no,” racconta con qualcosa che assomiglia all’orgoglio. “È la prima volta in quattro generazioni. L’altro giorno mi ha detto: ‘Mamma, quando papà ti ha urlato contro, non era colpa tua.’ Otto anni e già sa quello che io ho imparato a trentacinque.” Lo scialle pesante dell’eredità transgenerazionale si sta trasformando in qualcosa di più leggero, che si può indossare o togliere a piacimento.

    Il lavoro continua, sempre. Il victim blaming ha radici profonde – culturali, sistemiche, spesso invisibili. Ma in questi spazi protetti della terapia, una voce alla volta, la colpa torna lentamente al suo legittimo proprietario. Non è la vittima che deve giustificarsi. Non è mai stata la vittima.

    Nel silenzio finale delle nostre sedute – un silenzio diverso da tutti quelli che abbiamo attraversato, né pesante di vergogna né gravido di rabbia né stratificato di eredità, ma aperto e pieno di possibilità – resta la domanda: in una società che pratica il victim blaming come riflesso automatico, come proteggiamo chi ha già sofferto abbastanza? Come creiamo spazi dove “ti credo” viene prima di “ma perché…?”

    Il percorso di queste tre donne non è concluso. È in movimento, in trasformazione continua. E forse è proprio questo il messaggio più potente: non dobbiamo aspettare di essere “guarite” per meritare rispetto, dignità, ascolto. Lo meritiamo ora, così come siamo, con le nostre storie incompiute e le nostre ferite ancora in via di rimarginazione.

    Il victim blaming è sempre intenzionale?

    No, spesso il victim blaming è automatico, culturalmente appreso, trasmesso come fosse saggezza. Frasi come “cosa facevi lì a quell’ora?” o “avresti dovuto essere più attenta” sembrano consigli premurosi ma portano un messaggio sottile: la responsabilità è tua. Molti praticano victim blaming credendo di aiutare, offrendo suggerimenti su come la vittima “avrebbe potuto evitare” la situazione. Persino professionisti ben intenzionati possono scivolare in domande che spostano il focus dal perpetratore alla vittima. Questa non-intenzionalità non riduce il danno: la colpevolizzazione inconsapevole ferisce quanto quella deliberata, a volte di più perché arriva da persone di cui ci fidiamo.

    Come riconoscere il victim blaming sottile?

    Il victim blaming sottile si nasconde in domande apparentemente logiche: “Perché non hai denunciato subito?” “Come mai non te ne sei accorta prima?” “Non avevi notato i segnali?” Ogni volta che la conversazione si sposta da chi ha perpetrato a chi ha subito, c’è victim blaming. Quando cerchiamo cosa la vittima avrebbe potuto fare diversamente invece di focalizzarci su chi ha causato il danno, stiamo praticando colpevolizzazione. Anche frasi come “almeno non è stato peggio” o “pensa positivo” minimizzano l’esperienza e implicitamente suggeriscono che la vittima stia esagerando o gestendo male la situazione.

    Quali sono gli effetti psicologici del victim blaming?

    Il victim blaming produce quella che Judith Herman chiama “seconda ferita” – spesso più devastante del trauma originario. Include vergogna profonda che si radica nell’identità, senso di colpa paralizzante che impedisce l’elaborazione, dissociazione (“non ero davvero io”), isolamento sociale per paura del giudizio, difficoltà a fidarsi del proprio giudizio (“se non ho visto i segnali allora…”). Le vittime iniziano a credere di meritare ciò che è accaduto, interiorizzando la colpevolizzazione esterna. Questo può portare a depressione grave, ansia cronica, disturbi post-traumatici complicati dalla mancanza di supporto sociale. Il victim blaming erode il senso di sé e di sicurezza nel mondo.

    Come rispondere a chi fa victim blaming senza accorgersene?

    Spostare gentilmente il focus: “Invece di chiederci cosa avrebbe potuto fare lei diversamente, chiediamoci perché lui ha scelto di fare quello che ha fatto.” Offrire prospettiva: “Quando chiediamo alla vittima perché non se n’è andata, stiamo dimenticando chi ha creato quella situazione.” A volte basta un semplice: “Non era sua responsabilità prevenire l’abuso, era responsabilità dell’altro non abusare.” Se la persona insiste, si può aggiungere: “So che vuoi capire, ma queste domande spostano la colpa su chi ha già sofferto.” L’obiettivo non è accusare ma rieducare, spostando l’attenzione dove appartiene: su chi ha scelto di fare del male.

    Risorse per Approfondire

    • Ferenczi, S. (1988). Confusione di lingue tra adulti e bambini. Il linguaggio della tenerezza e della passione. In Opere, vol. 4. Torino: Bollati Boringhieri. (Un testo seminale che mostra come la vittima, per sopravvivere, possa introiettare la colpa dell’adulto).
    • Freud, A. (1965). L’Io e i meccanismi di difesa. Firenze: Martinelli. (Un classico intramontabile che introduce il concetto di identificazione con l’aggressore, fondamentale per capire la colpevolizzazione interiorizzata).
    • Winnicott, D. W. (2006). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore. La riflessione sul “holding” e sulla continuità dell’essere, chiave per comprendere come il victim blaming fratturi il Sé).
    Massimo Franco
    Massimo Franco
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